Ruggine da esibire

Un sapore di ruggine e ossa è un film sulla mutilazione sia essa di tipo fisico, carnale, sia di tipo psichico come perdita dei sentimenti, delle emozioni. Un film particolarmente attuale, un film sulla crisi vista soprattutto come immobilità dell’animo. Il protagonista Alì, un trentenne ragazzo padre abbandonato dalla compagna in circostanze non note, viene ritratto nelle prime sequenze nell’atto di rubare dagli scompartimenti di un treno avanzi di viveri per sé e per il figlio di cinque anni. La telecamera non indugia in dettagli di poco valore catapultandoci subito al dunque in ogni momento dell’azione. La catena di eventi ci porta in una banlieu di provincia, dove Alì trova ospitalità presso la sorella e lavoro come buttafuori in una discoteca dove fa la conoscenza, durante una rissa, di Stephanie, un’esile ragazza che poi scopriremo essere una addestratrice di orche. “Non me lo sarei mai aspettato” sono le parole di Alì, contestualizzando una deformità tipica del vivere in tempo di crisi dove le contraddizioni assumono sembianze vertiginose e il binomio “ragazza indifesa” – “addestratrice di orche assassine” ricorda vagamente l’impossibilità del piccolo uomo di gestire circostanze al di fuori della propria portata. Al di fuori della portata di Stephanie è la gestione della relazione con l’attuale compagno che non la protegge e non è attratto da lei, da cui deriva la propria tendenza a lanciarsi in Imprese magistrali destinate ad allestire un pubblico adulatore. A frantumare l’effettiva monotonia della vita di Stephanie, un evento traumatico durante un’esibizione dove a seguito di un incidente perde parzialmente l’uso delle gambe ed è costretta in un primo momento all’immobilità e alla perdita dell’autonomia. Trascinata a forza in un contesto che non le appartiene, dove non può più esibirsi, lasciare il segno (seppur effimero), ma è lei segnata, e nessuno la guarda più con desiderio e ammirazione ma la osserva bensì con compassione. Nessuno tranne Alì che sembra non accorgersi delle sue mutilazioni e la sua sfrontatezza diventa in questo caso una virtù: “come stai?”, “Ti va di fare un bagno? (in mare)”. Ci si accorge successivamente dell’instaurarsi di una relazione passiva da parte del protagonista che non aderisce a livello di sentimenti alla relazione che porta avanti saltuariamente e in modo meccanico “opé” (opérativ, fa parte più del mondo delle macchine che non delle relazioni umane). Contestualmente Stephanie grazie ad un sostituto meccanico vincerà l’impossibilità di camminare potendo così finalmente approcciarsi alla quotidianità di Alì che nel frattempo è entrato in un giro di incontri di Boxe clandestini legati a un giro di scommesse illegali. La fisicità dunque rimane protagonista del film e tema centrale nel rapporto tra i due con sempre maggiore disagio  di Stephanie che invece intravede la possibilità di una relazione diversa. La situazione precipita quando Alì si rende responsabile involontariamente del licenziamento della sorella e ferito nell’orgoglio si trasferisce in un’altra città senza lasciare alcun recapito. E’ qui che avviene il secondo evento epifanico, il figlio che inizialmente era visto dal protagonista con distacco assume un ruolo decisivo nella conversione di Alì, nel preciso momento in cui rischierà di perderlo per sempre. Nell’elaborazione del quasi lutto, nella paura della perdita, Alì  ritrova il contatto con il sentire, con le emozioni che fino ad ora aveva mascherato per celare una rabbia che fino a quel momento aveva convogliato solo nella fisicità.

Mattia G.

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